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Ombre sul giallo - La Circe della Versilia (prima parte)

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La vicenda che ha come protagonisti Maria Luigia Redoli e Carlo Cappelletti comincia la notte tra il 16 ed il 17 luglio 1989 quando nel garage della sua villetta a Forte dei marmi viene trovato assassinato con 17 coltellate Luciano Iacopi, un ricco mediatore immobiliare, marito della donna. A scoprire il cadavere, riverso in una pozza di sangue, è la stessa moglie dell'anziano agente immobiliare (aveva 69 anni) al ritorno da una serata in discoteca trascorsa con il giovane amante, Carlo Cappelletti, ex carabiniere a cavallo e i figli di lei, Tamara e Dario.
I sospetti degli investigatori, coordinati dal PM Domenico Manzione, si indirizzano subito verso la donna (che la stampa chiamerà la Circe della Versilia), una donna di 50 anni, vistosa e di una bellezza aggressiva, bionda platinata, gli occhi perennemente coperti da occhiali scuri, appassionata di magia, e verso il suo amante ventiquattrenne, dal fisico imponente. In un primo momento le accuse cadono anche su Tamara, una ''copia'' quasi perfetta della madre, con gli stessi capelli platinati, gli stessi occhiali neri, lo stesso modo di vestire e perfino di camminare.
Il movente? Per lei - secondo l'accusa -- \"il patrimonio dello Iacopi\"; per lui la possibilità di \"dare una svolta alla propria vita\", tanto da abbandonare l'Arma; per Tamara l'identificazione con la madre e l'odio verso il padre, le cui fotografie aveva trafitto con alcuni spilloni in una sorta di ''fattura''. Eppure Luciano Iacopi aveva molti nemici, anche al di fuori dell'ambito familiare, specie tra le persone a cui prestava soldi con interessi non proprio legali.
Ma sono i maghi e le fatture unod egli elementi centrali nel giallo della Versilia. Sulla base di alcune intercettazioni telefoniche, effettuate subito dopo il delitto, l'accusa sostiene che la Redoli aveva contattato due maghi per ottenere una fattura mortale contro il marito. Ad uno di questi, visto che la magia nera non sortiva gli effetti sperati, la donna consegnò 15 milioni di lire come acconto per cercare un killer. Denaro di cui la Redoli, in seguito, aveva chiesto la restituzione perché \"avrebbe provveduto lei\". L'elemento d'accusa decisivo, secondo Manzione, sta però nella porta che divide l'abitazione, dove Iacopi era appena rientrato e si era spogliato, ed il garage, dove è stato ucciso, trovata chiusa a chiave dagli inquirenti. L'unica persona che avrebbe potuto chiudere quella porta -- a parere del magistrato - era la donna che aveva la chiave. Un errore fatale.
Con questi elementi Manzione cercherà di dimostrare le sue accuse davanti ai giudici della Corte d'assise di Lucca. Con fasi alterne, fino alla condanna definitiva del settembre 1991: ergastolo per gli amanti versiliesi.
Sia Maria Luigia Redoli, sia Carlo Cappelletti hanno sempre protestato la loro innocenza.

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